VISIONE ARTISTICA TOTALE
Forse proprio non mi va di allontanarmi dalla Natura. Far sorgere tutto da dentro di me non mi pare molto sano, perché poco obbiettivo. Ho bisogno di scoprire me nelle forme della natura e la natura nelle mie forme.
Voglio qualcosa che sia più universale, anche se questi sono sicuramente universali. Ma più che universali strettamente simbolici mi interessano universali dal mondo della natura.
Tra gli universali del mondo che cade sotto i nostri sensi esterni esiste il corpo, di ogni cosa, ma principalmente il corpo umano. Gli universali naturali sono quelle forme che si ripetono nel mondo sensibile. Si ripetono ritmicamente in utti i regni di terra, aria e acqua.
mondo/corpo/ritmo
Mi ha morso
credo fosse un repo
in fronte.
Ghenfia era la fronte.
Forse è il caso
di togliere il repetale
almeno in camera.
E speriamo che sia un repo.
Pittura.
Sento un limite da rompere per poter entrare in una totalità che suppongo, spero, sia
multisensoriale.
Nuova area, campo vuoto in cui si possa affermare una nuova creatività. Ma non conosco gli strumenti. Impotenza quindi e stazione forzata nel limitato mondo della pittura.
Ampliamento della coscienza che sia tanto personale quanto collettiva.
Il problema è: che fare delle mie potenzialità creative?
Costruttore di oggetti simbolici il cui uso è prima di tutto un uso conoscitivo che permetta un'evoluzione della coscienza.
Ma tutto questo non mi porta a nessuna conclusione e rimango sofferente all'interno di un limite ancora invalicabile per me.
Rottura di qualsiasi linguaggio, di qualsiasi codice, di qualsiasi metafisica per acquistare il nulla, il vuoto nel cui centro, che è ovunque, rimanere immobili, non fare una mossa. Rimane: l'esigenza di raccogliere i segni, le tracce, condivisibili, di questo contatto telepatico col tutto. Quindi rimane l'esigenza di creare un
linguaggio. Ma questa volta il linguaggio non dovrebbe rimanere condivisibile soltanto fra gli uomini. È la musica quel linguaggio?
L'ARTISTA E L'ARTE
"Mi procurai anch'io, a suo tempo un'infarinatura di psicoanalisi, ma pur senza ricorrere a quei lumi pensai questo, e ancora penso, che L'ARTE SIA LA FORMA
DI VITA DI CHI VERAMENTE NON VIVE: UN COMPENSO O UN SURROGATO. Ciò peraltro non giustifica alcuna deliberata Turris Eburnea: un poeta non deve rinunciare alla vita.
È LA VITA CHE SI INCARICA DI SFUGGIRGLI".
Eugenio Montale
Personale:
Quindi è possibile immaginare l'artista come un vigliacco. O uno che non riesce a superare certi ostacoli che gli impediscono di FORMARE LA MATERIA DELLA PROPRIA VITA. Per lui qualsiasi altra materia va bene ma non quella della propria vita e questo probabilmente perché ha paura di confrontarsi con essa. Cosa che invece non riguarda il resto del genere umano.
Il decidere, scegliere la propria vita potrebbe far paura all'artista, perché egli più o meno inconsciamente sa che la vita degna per lui di questo nome è una vita completamente priva di difesa di fronte al rapace della morte, della malattia e della solitudine. Ecco che così Cravan Arthur diviene il vero e unico artista insieme a Crevel uno dei pochissimi artisti veri di tutti i tempi.
Uomini che hanno deciso di esprimersi solamente col mezzo della propria vita.
Ma il loro modo di essere artisti dove porta?
Nel loro caso al suicidio. Perché è difficile immaginare una vita che riesca a sfuggire continuamente all'assunzione di un ruolo qualsivoglia.
ARTE E FOLLIA
L'arte (e la creatività artistica di qualsiasi genere)
è uno spazio aperto a chiunque. Tutte le porte si chiudono di fronte a colui che viaggia nella terra di nessuno. Rimangono aperte solo quelle dell'amore "folle" e della creatività gratuita. A volte, quest'ultima è l'unico mezzo che rimane a disposizione di colui che ovunque è un naufrago, per far ritorno in nessun luogo con grazia.
Il folle che adopera le proprie mani è un artista. Delirare sulle parole, delirare sui corpi, delirare sulla diversità, delirare sulla materia.
Quando esiste, l'unica differenza fra un artista e un folle è una questione di mani, anzi di arti (gli arti), tra chi lavora, modella il proprio delirio e chi viene modellato da esso.
Il modellato dal delirio modella il delirio con le arti e gli arti.
Il delirio modella l'uomo (il folle e l'artista) che modella il delirio.
Lo spazio-tempo dell'arte per fortuna non ha un'esatta ubicazione, in realtà non ha neanche un nome, viene e va dove e quando meno se lo aspetta. Allora anche l'incomprensibile conosce la simpatia, la comunione e la possibilità del riposo generante.
Si rimane imprigionati da tutto per più o meno tempo ma tanto l'arte quanto la follia sono celle d'isolamento, spesso per tutto il tempo di un ergastolo. Con la corda insaponata fanno l'altalena. Nella cella il folle, l'artista divengono tutto, animale, donna, albero, casa, strada, nuvola, ecc. corda insaponata.
Tanto l'arte quanto la follia presentano ciò che resiste alla comunicazione.
Arte e follia fa rima con terapia?
Ho l'impellenza di liberarmi dei termini arte e artista. E poi non ho nessuna voglia di impicciarmi nella rischiosa comunione tra l'artista e il folle, una follia di qualità per un artista genio ecc. Più che di arte e di follia vorrei sottolineare l'impossibilità (quando esiste) di immettersi in una relazione, che abbia un senso qualsiasi, non solo con gli altri ma con una totalità, un cosmo. Come è fatto il luogo di relazioni di chi è escluso? Quel luogo di ripiegamento non desiderato che non smette di tentare, senza mai riuscirci, una conversione in luce? Qual è la sua messa in scena?
Non è stato trovato un nome che riesca a non ghettizzare, appunto, il diverso.
Altrettanto si può forse dire che l'arte, con tutto quello che si vuol significare con questa parola, non ghettizzi?
Arte ed estromissione.
Arte e follia. Matti d'arte.
Tra arte e follia mi fido solo di quel che rimane senza parole.
Nel silenzio ciò che viene da me, che si presenta in me e ciò che viene da fuori è più che altro in veste di suoni.
Ciò che viene da me, da dentro, sono immagini, visioni, bricolage di memorie, ciò che viene dall'esterno, il suono, chiama l'immagine interiore. Ricordare i suoni? Per me è quasi impossibile.
Non intendo ricordare una musica o una canzone, ma proprio i suoni, quelli che per definizione sono irripetibili e che m'hanno stregato (cioè legato) ieri sera.
PROBLEMA DELL'ORIGINE E DELLE MANIFESTAZIONI CONSEGUENTI
Che cos'è l'origine di tutto? Un punto piccolissimo all'origine del cosmo che in sé contiene, in potenza, tutte le forme o manifestazioni possibili.
Ma nessuna di queste forme-manifestazioni è riconoscibile in esso. È una sorta d'agglomerato caotico di potenze (da cui "potenzialità") senza norme né forma. È l'Indifferenziamento.
(Domanda: come fa l'indifferenziato a scaturire la Differenza che è uguale alla manifestazione senza il concorso di un agente esterno? L'indifferenziato primordiale è l'analogo della terra e dell'acqua che nulla sarebbero capaci di far rinascere senza il concorso dell'aria e del fuoco. Insomma: origine come terra pregna di potenzialità che non possono vedere la luce senza l'azione del cielo.
Terra e Cielo. Lo stesso è il Femminile e il Maschile. Il problema dell'Androgino primordiale). Origine come agglomerato caotico di potenze femminili e maschili insieme, unite, indifferenziate. Ma prima ancora di questo che cosa c'è? Qui l'immaginazione o il pensiero vengono meno.
TAO (origine taoista).
Non esiste nessun primo inizio. Non c'è mai stato un inizio all'origine di tutto. Ciò che noi concepiamo come origine di tutto è un altro tutto rispetto alla sua origine. In realtà vi sono state tante origini di tanti tutti senza poter mai dire basta, cioè senza poter mai dire: questa è veramente l'origine di tutte le origini. Non esiste un'origine delle origini. Si può solo dire che in origine c'è sempre un Androgino (cioè Tao, maschile e femminile insieme) e nient'altro. Si può anche dire che questa origine Androgina ancora sussiste, cioè in realtà siamo sempre nel tempo dell'origine. Tutto è uno e Androgino e Tutto e Uno (origine) sono letteralmente la medesima cosa. Se noi fondiamo il tutto delle molteplici manifestazioni è altrettanto indifferenziato quanto l'origine Androgina del Tutto, cioè il Tutto e l'Uno (origine) si equivalgono, sono proprio la stessa cosa.
MOSTRA ALLESTITA DA LUCA LAVATORI SOPRA ALLA CASSA DI RISPARMIO DI FANO AL CENTRO COMMERCIALE DELLE SALINE (Aprile 1997)
Le uniche cose che mi hanno colpito sono state quelle dei tre studenti dell'Accademia di Urbino, in particolare di due di questi.
Quello che più mi ha colpito è l'attenzione che quei due ragazzi hanno dato alla superficie materica, alla luce e a quel po' di colore che c'era.
In sintesi la materia-luce, curatissima, poetizzata al massimo, è ciò che veramente mi ha emozionato. E questo è veramente importante per me dopo tanto tempo che credevo non fosse più possibile la poesia plastica nella pittura. Da ricordare la sensibilità di quei due ragazzi!!
Riflessioni sullo spazio e sul tempo, sulla forma e sulla vita.
Sapere dove mettere un oggetto, in quale punto giusto, cercare di captare il vuoto che può andare a riempire, senza squilibrare, le forze dell'ambiente di cui entra a far parte. Sentire dove mettere precisamente qualcosa, assomiglia tantissimo (se non è proprio la medesima cosa) ad avere il senso del ritmo, il senso del tempo (inteso musicalmente). Sentire dove mettere precisamente qualcosa affinché tutto l'ambiente s'illumini, è uguale a saper cantare. Quando qualcuno dice che preferisce l'asimmetria alla simmetria, per me significa che preferisce la fluidità alla statica immobilità. Nell'asimmetria esiste il tempo, cioè è una forma in evoluzione (verso una nuova simmetria?). L'asimmetria desidera la nuova simmetria fuggendo la vecchia simmetria. Ma perché in questo percorso le stazioni dovrebbero corrispondere alle forme simmetriche? Se le forme simmetriche sono le stazioni, allora le forme asimmetriche sono le transizioni, le vie, i ponti, ecc. Ma nella realtà del fluire del tempo queste distinzioni non esistono:
le stazioni sono ponti, le transizioni sono mete.
Ed è per questo che non ci sono mete. Solo la paura ci impedisce di vedere stazioni ovunque nel fluire del tempo.
- Immagina un mondo in cui tutti gli uomini comunicassero tutta la loro conoscenza solo tramite immagini, persino la conoscenza scientifica...
- Alla fine staremmo dentro ad un mondo doppio, uno quello naturale e uno quello virtuale creato da tutte le immagini prodotte dall'uomo.
Alla fine ne saremmo completamente imprigionati, completamente schiavi, così come siamo schiavi della nostra lingua parlata e scritta, così come siamo schiavi di concezioni che vengono dalla moda o dal passato e non riusciremmo più a vedere la natura che ci circonda per quella che è, senza cioè più il filtro di tutte le nostre concezioni, immaginazioni, rappresentazioni, ecc.
Se tutti gli uomini comunicassero esclusivamente per mezzo della musica? Sarebbe meglio? Alla fine si desidererebbe il silenzio, la pace delle orecchie e della testa, la libertà di poter [...] senza essere subito irretiti da quella o tal altra concezione musicale. Per cui no, non sarebbe affatto diverso.
Conclusione: la cosa più importante di tutte rimane la larghezza della pausa, sia dentro la nostra mente che fuori nel tempo e nello spazio.
Come dire che più importante di qualsiasi capacità conoscitiva di qualsiasi linguaggio è il respiro del vuoto e del silenzio tra una concezione e un'altra, tra una rappresentazione e un'altra.
Come a dire ancora, la libertà da qualsiasi definizione, nome, forma, rafforzando invece la spontaneità indefinibile.
4 giugno '97
- La prima parola o la prima frase , l'inizio è importante, qualsiasi inizio, motore che si accende, la scintilla che scocca, (che mette in atto il processo evolutivo di qualsiasi forma).
- Qualsiasi inizio è l'incrociarsi di due o più processi evolutivi già in atto in un punto spazio temporale qualsiasi. Ma conoscendo l'inizio di un processo non sempre è possibile conoscerne anticipatamente la sua evoluzione dato che l'evoluzione di un processo dipende dagli incontri-scontri con altri processi che vagano nello spazio tempo. Si può dire quindi che un processo qualsiasi non conosce evoluzione se non entra in collisione-comunicazione con altri processi vaganti, per cui qualsiasi processo non ha un solo inizio ma tanti inizi nel suo tragitto quanti sono gli scontri con altri processi. Per cui non dovrebbe esistere alcun processo di cui si possa determinare l'origine. Quella che solitamente chiamiamo origine o causa iniziale di un processo altri non è che l'assunzione di una forma sensibile da parte di un processo che inizia ben prima di tale forma e finisce molto dopo in un punto dell'infinito per noi assolutamente sconosciuto. Con "forma sensibile" intendo un albero come una stella, come una scatola, un piede o qualsiasi cosa si manifesti ai nostri sensi.
Tutte queste cose sono solo uno stadio di un processo la cui origine e la cui fine noi non possiamo immaginare.
Riflessione mia: L'opera d'arte forse non sta tanto nella sua forma fisica che è veicolo invece della vera opera d'arte che è un'idea che come il vento vaga nel cosmo dei primordi. Questa idea può prendere qualsiasi forma fisica, naturale o artificiale che sia. Per esempio la bellezza potrebbe essere una sola fra le tante di queste idee e l'arte, a questo punto, perché dovrebbe avere a che fare più con l'idea della bellezza che con altre idee?
Per accendere il fuoco bisogna fare prima una piccola catasta di legna fine poi, sopra questa mettere la media e, infine, la grande. Più è piccola la legna più ne serve, per cui, in basso, il numero di rami sarà molto maggiore che in alto. Anche questa è una piramide, ma una piramide gerarchica? Con della sola legna fine si può fare un fuocherello capace di scaldare solo le mani; con della sola legna grande non si riesce ad accendere il fuoco, quindi non si può fare a meno della legna piccola e di quella grande, per un fuoco sono tutte e due indispensabili. La legna piccola scalda e brucia quella media, quella media scalda e brucia quella grande e quella grande scalda tutti o brucia tutto. Quella grande dura più a lungo, quella piccola è più effimera: il tempo nelle grandezze, come nella superficie pittorica e quasi sempre in natura dove appunto una maggiore o minore quantità di tempo corrisponde a una maggiore o minore quantità di spazio. Metteremo più tempo ad aggirare un palazzo piuttosto che una tazza.
VISIONE LETTERARIA
Ombre e schiocchi
idrosolubili al largo
del mare dell'essere
di insostenibile leggerezza
senza poter prendere sul serio niente
come la fine che ripetente
fa scoppiare la grancassa finemente.
Le Nuove Tecnologie. Essendo le Nuovissime Tecnologie estremamente care economicamente e supponendo una coscienza politica dell'artista che sia democratica e popolare, che presupponga cioè un concetto di Uomo come Artista, altrimenti detto l'artista-non-è-un uomo-particolare-ma-ogni-uomo-è-un-artista-particolare, insomma tale artista finirà per scegliere di misurarsi con quelle nuove tecnologie che sono di uso comune, cioè le tecnologie di massa.
Quindi sceglierà quelle che proprio perché sono più usate da tutti, usano più di ogni altra tutti.
Cioè: non solo noi usiamo la televisione ma la televisione usa noi.
Ancora: non siamo noi ad usare gli strumenti (e questo fin dall'alba dei tempi) ma gli strumenti ad usare noi.
Il mondo è una rappresentazione teatrale in cui manca un regista o, anzi, in cui il regista è un grumo di sangue.
"Che cos'è la vita?"
14 febbraio '97. S.Valentino.
Da ieri mattina sono influenzato. Sto ancora, da ieri, in ciabatte e pigiama. Ieri c'è stato un garbino caldissimo per tutta la giornata.
Oggi c'è una bellissima luce e gli uccelli cantano e volano dappertutto.
Qualcosa non funziona in me qualcosa di piatto e vuoto un alieno in me, qualcosa che si nutre di me ridendo alle mie spalle.
Moneta pluridimensionale che gira assai veloce su se stessa, sembra immateriale ma è dura.
Protozoi protoplastici lunari sulle corde blù del mondo vuoto a risuonar perlana reparto matusa andalusa preziosa nel cor ti tengo a ping pong ritengo Questo "puro" immobile non so se ha molto senso. Esiste il puro mobile e labirintico.
Se ci passi ti ringrazio L'altalena dei giudizi prima e poi le piccole, prima e poi le grandi autorità.
Musica! avanti gli strumenti
e le voci! Pioggia e cinguettii
ora non si può pensare ad altro.
A Nord Est lei se ne stava lì
solida e pallida
come lenzuolo di [sterpo] paterno
in perfetta salute apparente.
Volevo giocare a in-con-su-per-tra-fra,
sopra e sotto alle imposte dalle rette, stanotte,
quaggiù fioriscono le propaggini
di un nome impossibile su cui voglio tremare.
L'AMORE IMPOSSIBILE
Amore mio
ma non sei la ciccia che hai intorno
è la tua bella faccia che mi lega a te
hai dei begli occhi e una bella bocca
e la tua voce è un getto
saltellante di profumi.
Sono certo, pratico il lavoro, amo la corda che il cuore insapona, vado avanti sotto i tetti ed ascolto le fronde, all'amore dietro, ammicco alla periferia dove canta l'onda della piccola luce e dove l'orecchio suona alle bianche dita del mare approdo.
Il vento come grande musicista che fa risuonare tutta la terra e su tutto la luce che ubriaca le fronde e le gole degli uccelli e il sangue estatico delle ramificazioni ascendenti all'astro onnipotente. Tutto quanto è ebbro in questo meriggio d'aprile.
E poi come si fa a dire che il canto degli uccelli è più suono che colore? Oserei dire che è più colore che suono. Ascolta!
Aereo che scava nel cielo l'azzurro.
Il disco largo del sole il riverbero concentricamente che suona i fili della crescita e del dispiegamento di tutte le forme del divenire naturale.
Tuono spezzato nella decuplicazione della sua potenza riflessi alati e urlanti bianchi tic fap clin plon trap svass crani rotti in mani giunte corolle scenari in cielo terra e inferi postriboli vulvari gusci vischiosi e colanti armature solleticate sventure dispettose, ecc.
Manca completamente il riposo apollineo.
ADDIZIONE
Un anziano con un occhio,
un vecchio rottame e un
fanciullo grasso e sofferente
con la testa di piombo fanno
i grandi occhi del cielo di cristallo sotto la rhur
come ancora voci affaccendate non fanno, per
equivoco di vicinanza,
una giostra che corre attorno ad una pertica,
almeno finché è giorno (d'impossibile amore).
SCUADOCCHI E MAGNAMOSCHE
(Schiacciapidocchi e Magnamosche)
Nonostante la scienza e la tecnica facciano passi da gigante, schiacciapidocchi, eternamente invece, tormenta magnamosche che, a dire il vero, avrebbe da fare. Non c'è tregua: le due teste insieme non concepiscono neanche il senso più ridicolo della parola "accordo".
L'uno gioca sempre col cappello dell'altro; di qua si ghigna e di là si frigna ma, dopotutto, Magnamosche, di solito riesce a portare a termine il suo compito, ma in un tempo così piccolo che alla fine sembra che un elefante partorisca una farfalla. Chi poi deve rimediare insufficienza non ha un compito lieve: sarà pure una principessa delle metamorfosi (la regina delle metamorfosi essendo la vita), ma provate da una farfalla a tirar fuori un elefante!
Ma Magnamosche di questo non si dà pena perché non è affar suo. La vera, grande follia di Magnamosche è il suo desiderio di stare immerso il più a lungo possibile nel mondo dei sogni, così quando si tratta di portare a termine un compito, il signor "ultimo" arriva sempre con la vecchia "ricordo".
SCHIACCIAPIDOCCHI: La grande forza di questo essere dipende dal fatto che lui non ha assolutamente bisogno di mangiare. Si ciba di altre cose (da decifrare) e caga quindi anche in maniera e con materia diversa. Ha desideri sessuali e può procreare sia sessualmente che in altro modo (quale?), e finché il nascituro non sarà partorito non si può sapere di che natura sarà. Si potrebbe fare che Scacciapensieri è già un figlio che però è l'entità più inaspettata: non uomo o donna, ma una combinazione strana, potrebbe anche essere una valigia che però rispetta ben poco le funzioni di una valigia. E via di seguito. Schiacciapidocchi è di un colore tra il giallo e il rosso, su cui passano come un'assurdità delle combinazioni di colori meravigliosi, per lo più complementari del giallo-rosso di base.
MAGNAMOSCHE: Quello che lo frega è che ha bisogno di mangiare e quindi non può dare tutto il suo tempo allo spazio per così dire immateriale del mondo dei sogni. Per mangiare bisogna operare. Magnamosche è per metà una creatura del mondo dei sogni e per metà una creatura terrestre e mortale. Schiacciapidocchi invece è completamente creatura del mondo dei sogni.
Egli non subisce le leggi della pesantezza della materia. Egli, non essendo della materia la pesantezza, è della materia un'idea, ma anche l'idea della pesantezza. Composizione per associazioni più o meno libere all'origine di una mia poesia.
Qualificati maschera, dell'albero non hai bisogno, tasche scozzesi, bava alla bocca, braccio diritto, collo piegato, lontana cima nevosa, stormire delle migrazioni, il battere delle assi sugli scarponi, scala di legno, la finestrella in alto, la mano sul vetro, la buca nera del bisogno nel campo dell'incuria, il sangue nero che si getta nel vuoto e che vuole trascinare con sé il sorriso del borghese pieno di buone intenzioni.
LA BELLA E LA BESTIA
Una furia nera pelosa bramosa si aggira per il paesaggio. Alberi piccoli e contorti o grandi e maestosi, vento che parla fra l'erba e le fronde, che attende che tutto abbia detto o fatto il suo per dire poi con più o meno violenza quel che ha da dire.
Naturalmente c'è una pulzella vittima di tutti gli accoppiamenti meno che di quello genitale. Quella non la dà a nessuno. Grande abbondanza di animali, cavalli, capre, tori, cigni uccelli di tutti i generi. Non c'è nessun rappresentante dell'uomo e della donna civili. Le ore del giorno ma specialmente quelle della notte cantano e pulsano luminosamente. [...] Si attende. Tutto l'ambiente attende. Naturalmente attende che accada qualcosa. Questo qualcosa è nell'aria e tutto e tutti lo percepiscono, ma non sanno di che si tratterà. Data la tensione sarà certamente qualcosa di sublime e terrificante insieme. Apparirà come una lacerazione del ritmo normale di svolgimento delle cose. La Pace sarà rotta. Tutti sospettano che i protagonisti saranno la fanciulla e la furia, chiamiamola pure bestia. Ci sarà una vicinanza tra le due creature che sarà estremamente pericolosa per l'armonia del luogo, perché si tratterà di un'unione tra due esseri innaturale. Sarà la solitudine che porterà la bestia al proprio crimine, l'impossibilità di unirsi armonicamente con qualcuno della propria specie.
Impossibilità derivante dal fatto che non esistono altri della sua specie oltre a lui. Questo perché anche lui è il prodotto di un'unione innaturale. Ma come un mulo nato da un cavallo e un asino è sterile, così la nostra bestia (essendo già essa nelle condizioni di un mulo) non potrà procreare.
Quindi l'unione tra Bestia e Fanciulla non darà alcun frutto e per questo rimarrà segreta a lungo.
Il mondo degli uomini non verrà a sapere tanto presto (forse mai) di questi accoppiamenti innaturali. Però qualcosa deve accadere che porti alla tragedia, quindi deve essere rotto questo segreto. Con un tradimento forse? Quindi dovrebbe entrare in scena un terzo personaggio che è il traditore o la traditrice. Il traditore è già da tempo un innamorato frustrato della fanciulla come la traditrice è una innamorata gelosa della Bestia. L'innamorata potrebbe essere una folle vagabonda della selva. Potrei mantenere tutti e due questi personaggi: l'innamorato "per bene" e la folle innamorata. Potrei anche farli incontrare e fare in modo che la bella folle racconti tutto all'innamorato e che questo poi alla fine spifferi tutto alla famiglia della fanciulla. Qualcuno naturalmente sparirà (sicuramente la fanciulla) per cui ci sarà una ricerca nel bosco da parte di tutto il paese. Di notte nel bosco i cercatori attorno al fuoco si racconteranno dei "si dice", delle leggende terribili sugli abitanti del bosco e sull'incantesimo perverso che aleggia in quel luogo da tanto tempo.
Quindi si tratta di ricercare tutto quanto riguarda unioni tra uomini e animali e tutte le unioni innaturali.
Oltre l'osso del monte
vento che soffia vento
accogliente distruzione
Il traliccio elettrico frigge
crogiolo d'onde, crogiolo
di fantasmi
incatenati magneticamente al tuo filo
che frigge, che tutto trasforma in voce,
ecc.
che togli di dentro le voci inascoltate
che le nuvole comandi alla danza
tua da diffidare, che non condivide
al bambino che chiama Lupo Solitario
chini al tuo bastone che [scolta]
L'acqua della volontà
per le labbra dell'illusione
Immagini e Parole
Avere immagini in testa ma non parole per
rappresentarle. In questo caso il linguaggio
grafico è molto più diretto e quindi più semplice
il compito.
RAMO TORTO
Rondine che gira sugli anelli
luminosi di vetro dei bar
Riflessi di bicchieri in erbose
piazze assolate
Rombi fischi lamelle e riflessi
giganteschi la sua mano la tua
mano allungata nel biancore
Tromba salendo sul piatto
il disco di immobilità sospeso
i lacci che dirigono gli emisferi
i canti scontrosi nel tedio oscillante
dei pesci rondine parli la tua bocca
una pausa morbida
di rosa esangue sulla soglia del terso
infinito
il biancore sospeso delle tue mani
rondine e pesce oscillante
Dove mettere qualcosa, in quale vuoto giusto la danza riprende? Sentire i DOVE che si chiamano battendo un piede porta un canto.
Nel fiume chi rimane non è più duraturo di chi va, anzi nel fiume la stazione ha più problemi del ponte.
Moltiplico il giro della bestia famelica di me.
Svitato, voglio cadere nel buio, un po' d'ombra per il mio cuore ma prima, in questa baraonda, vorrei essere sicuro di essere tutto intero perché non capisco più bene cosa sia della bestia, cosa sia mio e cosa sia altro, ma è un sogno rimasto lontano in un punto del buio infinito, nell'imbuto del sonno, che manomette le corde dell'altro mondo e ordina la danza di questo orto rotondo.
Dopo che riuscimmo a resistere al nemico con una lunghissima resistenza imparammo a costruire palizzate e ritrovammo la forza di ridere e divertirci fino al punto che gli occhi e le orecchie abbassarono la guardia, ma, ahi noi, inutile palizzata, scoppiò l'incendio nel cuore del villaggio.
Inutile difesa, fiducia ingannevole, nulla possiamo contro l'imponderabile volontà distruttrice.
Di nuovo, subdolamente, s'innescò un processo demolente, sembrava che la morte, cominciando dai limiti di un piccolo campo a far cadere teste spiralmente, gli mandasse segnali di pericoloso avvicinamento.
ABBOZZO DI POESIA
Ai pensieri vocianti come
infanti in un recinto
crepitante, che cozzano qua
e là, si rompono come
uova da cui nascono altre
uova crepitanti che si rompono
qua e là cozzando con altre
uova crepitanti non dò ascolto,
sono più affascinato dalla
loro danza che in un primo
momento può sembrare grottesco e
inconcludente ma che forse è
solo un gioco un altro gioco
dal mistero che l'abbiamo
comunque capito ama danzare
e che nella danza pone il
suo significato senza senso
ma scintillante di gioia.
Posa caduta, nel cono,
l'azzurrino anello di latte
Niente terra per l'arte a rate
che non ara tare (ed erta pare)
Un vecchio rottame e un fanciullo di piombo
scavano il grande occhio del cielo sotto la Rhur
22 ottobre S.Silvestro
Che cos'è la poesia? Il contrario di un discorso concretamente utile? È un discorso che addita ciò che è esemplare, ma anche misterioso, nella condizione umana? È ciò che rimane di un discorso quando questo non è né questo né quello né altro? Quindi è un discorso che non trova definizione? Quando un discorso non trova alcuna definizione, alcun ruolo ai fini di una sua utilizzazione immediatamente pratica lo si può definire poetico?
STUDIARE.
Mentre la posatura delle intenzioni è assorbita da bianchi gorgheggi in un letto d'infanti, una desta e tenace minuscola serpe di tenere foglie, una pianticella castana, da un accessorio s'allunga spedita e non cresce.
La parentela tra il serpente e l'albero
Il serpente è la coscienza.
Egli sta sull'albero del bene e del male, l'albero della conoscenza. Mangiare ilfrutto di quest'albero rende consapevoli e la consapevolezza corrisponde alla perdita del Paradiso (terrestre), perché in Paradiso, che è l'infanzia dell'uomo, si è finché si è innocenti come bambini e non si sa. Non si sa cosa? Non si sa che cos'è la morte.
Infatti in Paradiso è bandita la morte. La morte è la consapevolezza, la coscienza,l'installazione nell'uomo della coscienza, quindi dell'io, del tu, del lui, della separazione, e la separazione (la consapevolezza di essa) dà (porta a dare) un nome a tutte le cose in cielo e in terra. Se la conoscenza nasce con la morte (sono anzi la stessa cosa) l'albero della conoscenza è l'albero della morte.
La coscienza della morte non può nascere senza l'amore (fra i due sessi) che porta con sé il peccato della separazione tra l'io e l'altro dopo la fusione dell'io con l'altro. Con l'amore nasce l'infelicità con la felicità, l'infelicità che dipende dalla separazione dell'essere amato. Prima del Serpente e dell'Albero, gli uomini e le donne amavano solo Dio; il peccato è nato quando l'uomo e la donna si innamorarono l'uno dell'altro suscitando le gelosie di Dio.
PER TUTTA LA MATTINA IL VENTO SCAVA INTORNO ALLA CASA LA SUA INQUIETUDINE - Il vento ulula.
Il vento è come il lupo. È la minaccia che finché possiamo, teniamo fuori casa.
Il vento si lamenta, ma il suo lamento è minaccioso perché è anche un ululato.
- Il vento nel suo girare inquieto cerca qualcosa e non si calma finché non lo trova o finché il cielo non gli dice di far basta perché è tempo d'altro, di pioggia o di sole. Quindi il vento è un ricercatore.
Cosa ricerca? Non cibo. La sua amante che molto probabilmente è in una grotta.
La sua amante ha qualcosa della schiava d'amore talvolta accondiscendente, talaltra riluttante ma comunque orgogliosa di tanto amante la cui serenità è nelle sue mani.
- Il vento è un ricercatore. Cerca qualcosa che pensa d'aver dimenticato in qualche parte del mondo: una pietra luminosa, un prezioso anello, qualcosa che gli è stato regalato dal cielo.
- Il vento è un ricercatore pazzo. Il vento è pazzo.
Si lamenta come un pazzo accompagnato da una corte di fruscii. È un pazzo la cui violenza fa paura a tutti. Cerca qualcosa che forse non ha mai perso non avendola mai avuta, convinto però di aver perso qualcosa di estremamente importante.
- Il vento si tormenta e si placa solo per sfinimento o quando trova ciò che gli può dare una pace momentanea.
Al vento forse non piace la guerra ma la lotta e la vendetta sì, così come lasciar segni di distruzione, come volesse dire di stare attenti con lui a non trattenerlo con leggerezza. In quel caso il vento diventa una punizione. Il vento in realtà non distrugge per punire, ma, come il fuoco, per rinnovare.
Il vento corre, salta, gira e urla di piacere e paura per la propria audacia come un adolescente alle montagne russe.
Il vento, il cavallo e l'adolescente sono la stessa cosa, come il grido di eccitazione del gioco pericoloso, l'orda (mongola), la ferita improvvisa, l'ebrezza del volo e della corsa che assomiglia al volo.
Il vento però non nasce in cielo bensì negli antri cavernosi della terra che, come trombe, soffiano fuori il vento che altrimenti nasce sottoterra.
Probabilmente viene soffiato dal drago (o dal grande serpente) che vive in fondo ai cunicoli cavernosi, al centro della terra. Più che al grande serpente, il vento assomiglia al drago che con le ali esce da sottoterra e poi vola.
Col gesso disegnai una linea sulla terra e lì spuntò il capino di una talpa, passò una ruota, cadde una foglia e s'aprì una farfalla al passaggio d'un puledro avventato. Il signore che passava di lì la sera poteva ancora indovinare una linea, forse due, quando il vento arrivò di corsa e lì si rigirò su se stesso.
Avendo tempo l'omino si chiese quale fosse il senso misterioso di quelle linee e contò un foro grande come un ditale, un mulinello visto da un miope, il calco di denti di una ruota, qualche foglia d'albero e una specie di farfalla.
Col gesso disegnai tante linee sinuose sulla terra.
Quando mi alzai in piedi vidi solo tante stelle vibranti.
Volli illuminare il ritorno lasciando polvere di gesso alle mie spalle.
Dalle colline controllavo la linea vellutata del mio passaggio circondare campi vuoti inesistenti e disegnare grandi stelle radianti, alcune solari altre perfino malinconiche e una che sembrava nata di mercoledì.
Posso enumerare di certo il cadere di qualche foglia o l'aprirsi di bianchi ventagli alla carezza d'un venticello, oppure il passaggio di una ruota, il balenare di un capino di talpa.
Illuminasti il ritorno lasciando polvere di stelle alle mie spalle e controllando dalle colline la linea vellutata del nostro passaggio circondare campi vuoti inesistenti o disegnare grandi stelle radianti alcune curiose, altre tremanti e una veloce forse nata un mercoledì.
VISIONE SOCIALE
C'è dentro di me uno che tormenta l'altro che invece avrebbe da fare, che ha un dovere. Lo tormenta con giochetti ossessivi, mentre sarebbe il caso che imparasse a collaborare.
Il tormentatore vuole tenere lontano dall'impellenza di un dovere il tormentato.
Il tormentato solitamente porta a termine il "proprio dovere", sempre all'ultimo momento perché altrimenti preferisce inseguire i suoi 11 sogni, che però sono il regno del suo tormentatore.
Un qualsiasi dovere è capace di gettarlo in una inquietudine un pochino esagerata.
Perché la giornata deve essere inquinata da doveri?
Dovere = prendersi cura = curare? Se stessi e il mondo?
C'è quindi un aspetto terapeutico nel dovere?
Mettersi dalla parte non di me ma da quella che sta fuori, fuori a tutto, come una sorta di occhio dello spirito che aleggia nell'aria, testimone di tutto senza mai parteciparvi dal di dentro. Se a qualcosa partecipa dal di dentro questa cosa è l'eterna ruota. Vede cioè, da una posizione distaccata, come l'ideale occhio dello scienziato, l'eterna rincorsa della vita dietro la morte. Ma lui, quell'occhio dello spirito che non gira in questa giostra, sta fermo in un punto di osservazione bello immobile, da cui può vedere tutto. Nascere a questa condizione significa prima di tutto rinuncia e la prima rinuncia è quella di se stessi. Che significa rinuncia a se stessi se non la possibilità di non temere più per la propria vita e per la propria morte, guardare a queste con la stessa partecipazione con cui si guarda alla vita e alla morte di un microbo? È veramente realizzabile una cosa del genere nella vita di un essere umano? Oppure è solo una condizione inimmaginabile, l'ultima illusione di fronte all'inaccettabilità del dover morire?
Riflessione sull'importanza di non legarsi alle cose.
Mi considero un buon cantante e sono contento che la natura o un grande mistero mi abbiano fatto questo dono. Perdere per sempre la mia, "mia" si fa per dire, voce o cambiarla in modo che non sia più in grado di fare una scala con grazia, mi sembrerebbe qualcosa di terribile, la perdita grave di uno dei pochi grandi piaceri che ho potuto trarre dalla vita. La conclusione sarebbe questa: per non subire un tale simile terribile dispiacere basterebbe considerare di nessunissima importanza il possedere una bella voce. Questa conclusione, mi pare, sarebbe valida per tutto ciò che consideriamo importante, fondamentale, compresa la nostra vita. Data l'impermanenza di tutte le cose l'unica difesa contro la sofferenza è non legarsi a nessuna di esse.
PENSIERI LIBERI
È molto più facile seguire una linea anche molto matta piuttosto piatta che le parole.
PREGHIERA
spirito squisito di vita,
dammi forza,
dammi soprattutto resistenza,
dà alla mia spalla la leggerezza
per rispondere alle poderose palanche del destino.
Per stanotte
BASTA
Occhio (pittura) - Cervello
Orecchi (musica) - Cuore
Cos'è pioggia o fritto?
D: Ma perché vuoi raccontare le tue storie disegnando, colorando? Non hai forse imparato a scrivere? Cos'è che ti fa insistere ad esprimerti con quel linguaggio così poco comodo?
R: La fascinazione.
RIFLESSIONI SULLA MIA CONCEZIONE DELLA BELLEZZA
Il mio cuore trema alla visione della bellezza.
Non esiste bellezza nel mio caso che non sia accompagnata a ciò che è assolutamente effimero, cioè all'attimo, all'illuminazione dei sensi che abdicano al desiderio di possesso sensuale di ciò che suscita in loro tale emozione, perché la bellezza è imprendibile o presa muore, svanisce, sparisce, fugge, distrugge chi la possiede o se stessa.
La bellezza è il miracolo (di ogni attimo direi) che raccontato passa inosservato. È un bagliore, un lampo, un attimo di assoluta purezza.
1) Orgoglio e lungimiranza (senigalliese)
A Senigallia, quando scaviamo buche con la ruspa e poi non ci piacciono, possiamo sempre riempirle con la paletta.
2) A Senigallia ci è sembrato di capire di dover fare come se stessimo al mare.
La Verità ha il profumo del pesce
(quindi il Venerdì è il giorno della Verità)
Arte e follia.
Dubito del buon cuore dell'arte e della generosità della follia
20 OTTOBRE 97 S. SILVESTRO
Aggiustare. Una serie di sensazioni. Si può vivere anche senza farlo. In realtà pochi lo fanno ma per me forse si tratta di voler misurare, o sapere dove sono i miei confini. Rintracciare il mio perimetro che certamente racchiude una forma biomorfa perennemente in trasformazione. Nessuna figura geometrica. Ma perché fare una cosa simile? Qual è la sua utilità, la sua necessità?
Questa cosa la faccio per gioco, per passatempo.
La sua necessità si rivelerà alla fine, a cose fatte: così immagino.
Strano: niente ritorna a me ma per tutto il tempo, infinitamente tutto si allontana da me.
Deve esserci un ritorno invisibile.
Lo sfondo dei pensieri: come in pittura il fondo e la figura.
Curioso: nessuna cosa rientra qui ma, sollecita per tutto il tempo si scosta. Deve pur esserci un piccolissimissimo ripasso!
"Sei una persona veramente … gradevole"
Persone come sapori. Ci sono persone più o meno gradevoli, squisite, ecc., ma certe altre hanno un sapore indefinibile, per pochi o nessun palato.
VISIONE ISPIRATA E CREATRICE
Bisogno di superamento.
Trasfigurazione.
Partenza: la realtà sensibile priva di nome e di forma (priva cioè della vecchia spiritualità).
Arrivo: la realtà sensibile trasformata dalla trasformazione della realtà spirituale. Per operare questa trasformazione bisogna scegliere di non essere, di non portare, di non interpretare, di non nominare, ecc.
Di nuovo il grado zero quindi.
Ma quale fare è ancora possibile? Creare cosa?
DISSONANZE (in pittura)
Armonia delle dissonanze
… le dissonanze
Fare la trasparenza-opacità dell'acqua con linee e giochi lievi di luce e ombra. Creare quindi l'illusione dell'acqua, del fondale marino, le sue correnti. Creare con l'illusione l'essenza visiva-tattile dell'acqua. Fare questo per captare e quindi comprendere quelle forze istintive che sono la natura di tutto ciò che è visibile.
Captare il gioco libero delle forze.
L'idea
Tante traiettorie che si intersecano. Indovino che ognuna, per sé, sia priva d'angoli. L'angolo nasce dall'incrocio (incontro o scontro) di almeno due traiettorie. Le traiettorie sono la traccia luminosa che lascia il saettare costante di corpi invisibili (come particelle) di cui le traiettorie disegnano il movimento.
L'invisibile è in costante, evidente movimento. Le traiettorie le potrei altrimenti chiamare "i movimenti". Esse sono il disegno (linea) del movimento qualora si potesse eliminare la equenza temporale. Cioè, una linea di movimento fermata in un disegno, non dà né il passato né il presente (tanto meno il futuro) della sua traiettoria ma il passato e il presente insieme, contemporaneamente. Così il movimento assume per l'uomo la forma di traiettoria, linea, disegno del movimento e forse così il movimento diviene uguale a se stesso dall'inizio alla fine e, pur evolvendosi costantemente, causa gli incontri con altre linee di movimento. Ma un movimento è davvero sempre la stessa cosa dall'origine alla fine? O non piuttosto sempre un'altra cosa rispetto a ciò che era prima e a ciò che sarà, così che ad ogni attimo rinasce, anzi ogni attimo nasce come altro? In ogni momento è accanto alla propria origine, ne sente il fiato caldo.
PENSIERI D'ARTE VISIVA
MUTISMO DELLA PITTURA
NELLA PITTURA SONO GLI OCCHI A
PARLARE (prima di tutto) ACCOMPAGNATI
DA QUALCHE GESTO. LA REGOLA
FONDAMENTALE SENZA CUI IL GIOCO
DELLA PITTURA NON POTREBBE
ESISTERE, È DI FARE E DIRE TUTTO MA
CON LA BOCCA CHIUSA. NESSUN
PROBLEMA, PERCHÈ GLI OCCHI
PARLANO MOLTO MEGLIO DELLA BOCCA
(almeno in questo caso).
La pittura rimane sfogo personale? C'è qualcosa in essa che me la fa sembrare priva di senso. Che senso hanno quelle figure, quelle evoluzioni spaziali, quelle traduzioni di forze?
Che servizio fanno a me stesso e agli altri?
Si può porre il mio problema anche in questa maniera: qual è il limite del linguaggio delle arti visive?
È esso un linguaggio capace di adattarsi alla complessità micro e macroscopica, psicologica, sociale, naturale?
INCOMPIUTA
La Pittura è difficilmente evocativa, difficilmente commuove il cuore, a differenza della musica e forse anche della poesia e del teatro. Come dice Franco "forse l'orecchio è più vicino al cuore, la musica scende (dall'orecchio al cuore) mentre la pittura (con gli occhi) rimane tutta dentro la testa". La pittura, per sua natura, sembra evitare il cuore.
RIPETIZIONE E TEMPO NELL'ARTE
Se la ripetizione (variata e non) è ritmo e il ritmo è tempo, allora il tempo che passa viene rappresentato nelle arti figurative di altre culture, come ripetizione di un medesimo elemento o motivo, naturale o astratto che sia.
Non ho immagini a cui dar forma perché non trovo immagini degne di prender forma. La natura e la "realtà" fanno già più che abbastanza.
Il movimento fine a se stesso, questo mi interessa cogliere e, purtroppo, fermare. Mi interessano relativamente le forme che di volta in volta il movimento prende, però, contemporaneamente le forme sono indispensabili per rendere la sensazione di movimento, perlomeno quelle forme non complete o che non fanno parte completamente di un regno (maschile o femminile, animale o vegetale o minerale) ma che partecipano a più regni contemporaneamente. Ma il movimento rende indifferenziati i regni? Il movimento del tempo sì (il divenire, la metamorfosi continua). La pittura fa succedere nello stesso tempo ciò che invece avrebbe bisogno di tempi lunghi, di un prima e di un poi.
Sincronia della pittura contro diacronia.
Il quadro, la statua, come residui della metafisica, che costringono lo spettatore alla contemplazione e la contemplazione è un atto metafisico, di essere (spazio) che nega l'esistere (tempo). Un'arte che sia veramente del nostro tempo e che quindi dovrebbe essere antimetafisica dovrebbe rinunciare tanto al quadro quanto alla statua, che presuppongono una contemplazione, per avvalersi di forme che invece presuppongono il "vivere dentro" o il "vivere insieme", come per esempio tutte le arti applicate, l'architettura, il cinema, etc. Bisogna introdurre il tempo dell'esistere laddove era lo spazio della contemplazione.
È evidente che dal quadro il tempo venga eliminato. Non è possibile salvare capra e cavoli: vedere il quadro e vedere anche il tempo.
Il Tempo = Movimento, Tras-formazione, Metamorfosi, Prima-Dopo.
Il Tempo, senza lo Spazio che lo evidenzia, non esiste. Mentre uno Spazio senza Tempo può esistere?
Uno Spazio senza Tempo, cioè uno spazio assolutamente incorruttibile. Ho l'impressione che noi uomini non possiamo fare esperienza di un simile Spazio. Nemmeno lo Spazio delle Idee Eterne si salva dalla corruttibilità del Tempo (in questo caso del Tempo-Storia).
Quindi, conclusione: uno Spazio senza Tempo è altrettanto inconcepibile quanto un Tempo senza Spazio. E così è anche eliminato il problema di un Centro Immobile all'Origine del Tempo e dello Spazio.
Voglio che i miei quadri evochino il parossismo di suoni di trombe di montagna o d'altipiani, un po' come le trombe di "Stati d'allucinazione" quando il protagonista, in Messico, fa per la prima volta l'esperienza del peyote.
In evidenza il Dinamismo della composizione e come ogni suo elemento, in un processo di metamorfosi, si trasformi in un altro tanto da rimanere difficile la comprensione di dove finisca un elemento e cominci l'altro o se tutta la composizione non presenti un solo oggetto.
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